Il Monte di Mezzocorona nella storia

territorio montano di Mezzocorona la cui superficie raggiunge i 1500 ettari, è compreso nella piccola catena montuosa denominata Gruppo di Roccapiana che si estende dalla gola della Rocchetta, all’inizio della Val di Non fino alla Val dei Molini, sopra l’abitato di Roverè della Luna. Dalla Val d’Adige i monti di Mezzocorona appaiono caratterizzati da un massiccio zoccolo con pareti verticali che strapiombano nella sottostante pianura; le cime dei monti che degradano verso Vigo di Ton raggiungono i 1800 metri di altitudine.

A quote progressivamente decrescenti da monte verso valle, troviamo le ampie spianate della Kraun, della Plon , del Monte, e della Las.

Territorio Catastale

Il territorio catastale di Mezzocorona, riferito alla proprietà dei boschi privati, è di gran lunga il più esteso ed importante nella Val d’Adige a nord di Trento, infatti su 1000 ettari di superficie boschiva produttiva, ben 714 sono di proprietà privata. In antico tutto il territorio montano apparteneva alla Vicìnia come feudo del principe vescovo di Trento ed i possessori erano i vicini ossia i proprietari dei masi.
Su tutto il territorio montano detenevano a titolo di feudo il diritto di caccia i conti Firmian e sulla spianata del “Monte” e della “Plon” vi tenevano un allevamento di cervi.

Presenza umana

La presenza umana sul monte di Mezzocorona è documentata sin dalla preistoria con testimonianze relative anche al periodo romano e medievale.
Già nella seconda metà del 1400 è documentato il commercio del legname con Venezia e nei secoli successivi quello della pece.
Oltre ai raccoglitori di pece che avevano una piccola baita alla “Kraun”, sulla montagna si trovavano piccoli casoti che ospitavano carbonai e pastori.
La spianata del monte dove esistevano querce secolari fu in parte dissodata e trasformata in pascolo; venne così a denominarsi “alla Malga” per l’edificio li costruito.

Già dal 1726 i vicini più facoltosi pensarono di edificare delle case di frescura (ossia di villeggiatura) in quel luogo e vi eressero una calcara; solamente nel 1772 tuttavia il nobile Stefano de Vescovi diede inizio alla prima costruzione. Nel 1773 inoltre ottenne il permesso dal Principe Vescovo di Trento di poter far celebrare la messa nel suo oratorio privato.
Dopo il 1775 altri vicini, ma soprattutto le nobili famiglie come i Vescovi d’Ulzbach, i conti Firmian, i de Pilati, i de Eccher, ed altri edificarono una casa di frescura.
Su richiesta del signor Stefano de Vescovi che sborsò 100 fiorini per l’acquisto di animali e attrezzature, si stabilì per primo al monte Giovanni Lemprecher con sua moglie entrambi originari della Val Pusteria.

Nel 1777 giunse al monte inviato dal conte Leopoldo Firmian su compenso di 180 fiorini annui, il cacciatore salisburghese Ruperto Genspichler che sposatosi con una sua concittadina andò ad abitare nella casa del conte Firmian con l’incarico di sorvegliare i numerosi cervi che popolavano la zona. Nel 1780, chiamato dal tenente Isidoro de Vescovi, andarono ad abitare al monte anche Francesco Wiser e la moglie.

A questo punto, da parte dei possessori delle otto abitazioni sorse l’esigenza di avere una chiesetta per non dover scendere in paese durante le festività; l’edificio sacro dedicato a San Lorenzo venne edificato dalla famiglia de Vescovi e benedetto nell’agosto del 1787.

Verso il 1800 per rendere più piacevole il luogo di villeggiatura quindi, la malga che si trovava al monte fu trasferita nella località denominata Kraun.
I possessori delle case fecero poi dissodare alcuni piovi di terreno adatto alla coltivazione dei cereali e tabacco, rendendo cosi più conveniente stabilirsi in quel luogo.

Nel 1800 Vito Kerschbaumer di Lauregno, addetto alla custodia dei cervi acquistò la casa del conte Firmian, mentre quest’ultimo ne edificò una nuova; nello stesso anno Matteo Kerschbaumer costruì il mulino nella valle del “Piagét” e un Ghezer di Lavarone e un Prompergher da Ultimo arrivarono per lavorare nei boschi.

Nel 1822 venne divisa la montagna appartenente alla Vicìnia e nel 1839 fu aggiudicata in parti eguali ai possessori dei masi.
Nel 1840 per far fronte alla scarsità di pascolo al monte venne individuato un terreno adatto alla Làs e in località “Carbonare” fu fatto costruire da Matteo Pichler un casotto per il ricovero dei pastori dei manzi.
L’ultima delle antiche case al monte fu proprio quella del Pichler che risale al 1845.

Questo piccolo nucleo di persone diede origine ad una comunità di lingua tedesca, infatti ancora verso la fine dell’Ottocento parlava un linguaggio denominato Grobteusch.

L'impianto a fune

Uno dei problemi maggiori degli abitanti del monte era la difficoltà di comunicazione con il paese possibile solamente attraverso una scomoda strada e un ripido e pericoloso sentiero. Il nobile Leopoldo de Pilati nel 1891 richiese al Capitanato Distrettuale di Trento il permesso politico per la costruzione di un impianto a fune; ottenutolo, il comune di Mezzotedesco non solo approvò l’opera ma mise a disposizione gratuitamente il terreno per la costruzione della stazione di partenza e di quella di arrivo con i relativi piazzali per carico e scarico.

Nel 1895 la funicolare fu acquistata da Francesco Martinelli. Altri impianti per il trasporto a valle del legname detti semplicemente “fili” furono posizionati in varie località della montagna.

Il monte di Mezzocorona venne conosciuto per la sua particolare bellezza attirando la curiosità dei primi escursionisti che aumentarono di numero quando la funivia fu adibita al trasporto di persone.

Il Burrone Giovannelli

Ai primi del Novecento il dottor Tullio Giovannelli, medico condotto a Mezzocorona ed appassionato alpinista, individuò un suggestivo crepaccio che dal dosso di San Valentino saliva verso il monte; la forra all’interno della quale scendevano delle cascate si presentava come una attrazione più unica che rara nel suo genere tanto da essere paragonata dal Giovannelli alle cascate di Ponte Alto sopra Trento.
Per questo motivo lo scopritore scrisse all’autorità politica segnalando l’importanza di questa bellezza naturale chiedendo nel contempo un finanziamento per attrezzare la salita.

Per far conoscere un luogo così particolare si tentò di superare con scale i punti più pericolosi; grazie all’aiuto di volontari che le posarono nei punti più difficili da superare venne aperta nel 1906 la nuova via dedicata al promotore dell’iniziativa: fu infatti denominata “Burrone Giovannelli”.

Leone Melchiori

Giovedì, 30 Aprile 2015 - Ultima modifica: Lunedì, 20 Marzo 2017