Età Romana: sito Drei Canè

Un contributo alla storia antica della Piana Rotaliana è giunto nel 1988, proprio e inaspettatamente dalla sua parte più bassa, tra il centro abitato di Mezzocorona e lo scalo ferroviario. L’aspetto complessivo originario era quello di una serie di edifici, addossati gli uni agli altri e affacciati su uno o più cortili, cui si accedeva da est tramite una strada sterrata, più volte riparata con apporti di ghiaia e sabbie.

Nella costruzione delle case, complementari in termini di spazi residenziali e di servizio, vennero sfruttati al meglio i materiali reperibili direttamente sul posto, pietrame ciottoloso in primo luogo sommariamente sbozzato e messo in opera con della malta di calce. I muri, forniti di ridotte fondazioni, hanno una larghezza media di 50 cm senza palesi differenze tra i perimetrali e le terrazze interne.
Le soglie, che definiscono gli ingressi e l’articolazione dei collegamenti, sono dei monoliti in calcare ammonitici che, assente nella Piana Rotaliana, affiora nella serie litologica della conca di Trento. Nello stesso materiale sono pure alcune grate per finestra.
Oltre che come legante nelle murature la malta di calce venne impiegata anche nella stesura dei battuti pavimentali, sebbene non mancano esempi di pavimenti più poveri in terra.

Per le numerose distruzioni oggi non è facile riconoscere e definire l’esatta entità del complesso, originariamente esteso su una superficie di molto superiore ai 1000 mq.
Le monete rinvenute, tutte in bronzo, coprono un arco di tempo che dalla metà del II secolo raggiunge la metà del V secolo.
Alcuni materiali indicano comunque un’età di nascita dell’insediamento più alta, retrodatata di alcuni decenni rispetto alle indicazioni numismatiche; in particolare si segnala la presenza di fibule, frequenti nel tratto centro-settentrionale della regione atesina tra il tardo primo e gli inizi del secondo secolo.

I dati più consistenti sono comunque quelli relativi alla tarda età romana (IV/V secolo). Oltre al maggior numero delle monete in questa fase si concentrano, per quantità e varietà, le suppellettili domestiche (vetri, ceramiche, pentole in pietra ollare).

Al medesimo periodo si datano due sepolture di neonati, nati morti o feti quasi a termine, inumati sotto i pavimenti della casa, in prossimità delle pareti, secondo una tradizione ampiamente testimoniata nel territorio regionale in cui si colloca Mezzocorona.

Sul finire del V- inizi del VI secolo si registrano l’abbandono e il degrado, che sono graduali. Gli edifici vengono svuotati di tutti gli apparati. All’azione di spoglio segue il collasso dei ruderi su cui, da ultimo, si abbatte la forza distruttiva del Noce che, tracimato dal proprio alveo come molte altre volte di seguito, risparmia solo una parte dell’intera superficie un tempo occupata dalle costruzioni. L’evento potrebbe avere qualche relazione con i mutamenti climatici ed i dissesti idrogeologici di cui è testimone Paolo Diacono verso il 587 d.C., anno in cui insistenti piogge cadute nel bacino dell’Adige ne provocarono lo straripamento che allagò Verona (Historia Longobardorum III, 23).

Nella fertilità e nello sfruttamento agrario della Piana vanno ricercate le ragioni oggettive per le quali il complesso rinvenuto a Mezzocorona venne costruito.

Analisi comparate indicano un ecosistema assai variegato ricostruibile sulla base di semi e di carboni, per lo più provenienti dall’uso dei focolari. La loro natura comprova lo sfruttamento intensivo dei campi, ma anche dell’habitat incolto. Tra le piante selvatiche sono attestate le conifere di media quota, latifoglie ad alto fusto o arbusti, come il sambuco e il nocciolo. Tra le coltivate vi sono le pomacee, il pesco, il noce e forse il ciliegio. Dagli orti provengono numerosi ortaggi. Dai campi invece frumento, orzo, segale e panico.

Al processo di molitura si collegano i pezzi di un pestino in pietra a più cavità e le parti staccate di alcune macine rotanti manuali in porfido. Un particolare significato assume, soprattutto in relazione alla zona in cui si colloca il rinvenimento, il recupero di numerosi vinaccioli, inconfutabile testimonianza di una viticoltura destinata a perpetuarsi nel corso dei secoli.

All’interno dell’antiquarium (il sito in questione che si trova nella proprietà delle Cantine MezzaCorona), accessibile al pubblico, sono esposte anche alcune lastre in calcare ammonitico e verdello, non strettamente pertinenti alle case ma recuperate nel 1932 sempre a Mezzocorona, durante i lavori della Cantina (ex cantina della Lega). 
Queste lastre, una cinquantina, si rivelarono direttamente legate ad una necropoli monumentale, di cui rendono le coperture, le pareti ed i fondi delle arche sepolcrali, un tempo fuoriterra prima di essere travolte e disarticolate da una piena del Noce.I pezzi esposti sono relativi al fondo e al coperchio di tre distinte tombe.

Nulla è rimasto delle sovrastrutture. Il confronto con altri edifici dello stesso periodo e l’individuazione del piano d’appoggio per una scala interna portano comunque a ritenere possibile l’esistenza, almeno in una delle case, di un piano superiore, fors’anche totalmente in legno, legno che ritorna nell’orditura delle coperture. Lo indicano l’alto numero di chiodi rinvenuti nei crolli e la necessità di un sostegno per le tegole, di cui restano molti frammenti taluni con il marchio ARE.SOC, sigla della fornace in cui vennero prodotte.

Bibliografia
Provincia Autonoma di Trento – Servizio beni Culturali – Ufficio beni Archeologici: Settemila anni di storia della Piana Rotaliana, Rovereto (Tn) 2002

Giovedì, 23 Aprile 2015